DI GIANPIERO FALCO*

La faraonica procedura della manovra economica, piena di annunci e proclami, si sta traducendo in una marcia indietro imbarazzante del nostro governo che aveva, in costanza di campagna elettorale, promesso mari e monti ai cittadini italiani. Il solo paventare di una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese ha fatto fare dietrofront ai nostri illuminati onorevoli. È molto preoccupante arrivare ad una simile insipienza che, si badi bene, è frutto dell’ultimo periodo post “Mani pulite” che poi tanto pulite non si sono dimostrate, piuttosto che di quest’ultima esperienza. Ebbene, dal proscenio di Milano si sono avvicendate serie di governi di tutti i tipi che hanno badato solo al populismo di tipo sudamericano e non alla crescita effettiva del Paese. Mi meraviglio di come esponenti del nostro mondo associativo datoriale non abbiano quasi mai posto l’accento su queste problematiche concrete della crescita. Si è consegnata l’intera classe dirigente al vincolo della burocrazia che, in nome di una trasparenza di facciata, ha sottoposto l’iniziativa privata ad una serie di regole che hanno imbrigliato l’efficienza e quindi la competitività del nostro paese rispetto agli altri competitor.

Ma, cosa ancora più grave, ha relegato il nostro Meridione in una condizione di involuzione che, per certi aspetti, è ancora più preoccupante rispetto alla condizione che si viveva addirittura nel primo dopoguerra in Italia meridionale.

Eh sì… almeno a quei tempi, vi erano la speranza e la voglia di crescere.

Oggi anche se ci dovesse essere tale voglia, e ne dubito, non vi sarebbero le stesse condizioni di allora per uno sviluppo sostenibile del territorio. In poche parole, non vi sono le condizioni perché un flusso di capitali possa ragionevolmente essere impiegato essendo la percentuale di rischio molto più elevata rispetto ad altri mercati/territori.

Bene, nella riunione del 19 dicembre scorso, a Piacenza, plesso la Nord Meccanica spa, ne ho avuto la certezza, o meglio la riprova. Questo perché il gentile invito del Presidente Antonio Cerciello, dì “Nord meccanica”, mi ha confermato questi dati inconfutabili e questo perché lui e la sua famiglia sono Napoletani e di nordico hanno solo la localizzazione di un azienda che venti anni fa fatturava l’equivalente di 7 milioni l’anno e oggi, con il nuovo management, napoletano sottolineo, ne fattura 100. Ma, cosa più importante, a quella riunione erano presenti tutti gli attori più importanti della industria mondiale, dagli esponenti della famiglia Henkel a quelli della Siemens tralasciando altri nomi importantissimi. Quindi, una facile analisi fa comprendere come gli imprenditori del Sud, a volte, sono costretti ad emigrare e al confronto con gli altri, messi nelle stesse condizioni, anch’essi portano performance di eccellenza come i nostri compatrioti del Nord, se non addirittura superiori.

Questo cosa vuol dire, e l’equazione che stiamo per dettare siamo sicuri che è matematica, che la Seconda Repubblica ha peggiorato la situazione del nostro Sud, lasciando lo stesso in balia di una economia non di sistema e soprattutto in balìa delle associazioni malavitose che imperversano sui nostri territori. In poche parole, è stato delegato tutto ai territori, dove non vi è competenza a sufficienza e dove non vi sono relazioni stabili per effetto del frazionamento economico e della scarsità di capitale presente ed investibile in tali comparti per le motivazioni su esposte. C’è bisogno quindi di un riequilibrio delle economie meridionali e questo per il bene di tutto il Paese poiché solo in questo modo si tiene lontano il capitale sporco dall’economia reale. Da tempo scriviamo di questo fenomeno e delle necessita di un intervento straordinario nelle aree meridionali per il ripristino delle condizioni di sviluppo e dell’impiego dei capitali nei nostri territori. Il diradarsi della piccola e piccolissima impresa ha reso ancora più povere le nostre aree: i nostri governi a cosa pensano?

Al reddito di cittadinanza… che potrebbe essere anche giusta, come idea, ma come misura provvisoria per rilanciare lo sviluppo territoriale per poi esaurire la propria azione. In buona sostanza, è fondamentale un intervento straordinario che sia centrale e non affidato ai singoli territori poiché assolutamente incapaci sia in termini di competenze che di terzietà agli interessi locali. Nessuno, dico nessuno, ha mai aperto un dibattito su questa questione e il cavallo di battaglia per la devoluzione dei poteri, tanto voluta da Umberto Bossi, è assolutamente perduta sia per la sua credibilità etica sia per quella morale e questo perché si era aperta una moda politica, dell’onestà a tutti costi. Concetto che condividiamo in pieno ma che molto spesso non è stato praticato dagli assertori.

Questo sparare nel mucchio da parte di tutti non ha provocato altro che fiumi di parole e una diminuzione del nostro livello di vita praticata con un impoverimento degradante sia dal punto di vista morale che economico.

Concludiamo, dicendo che noi gli Antonio Cerciello, li vogliamo qui a Napoli, al Sud e questo lo possiamo fare solo con un commissariamento della politica incapace e corrotta. Noi, come gruppo di Napoli, l’idea l’abbiamo lanciata, ma i politici che fanno?

Parlano alla maniera della Prima Repubblica pur non avendone né il contesto economico né le capacità…. Chi ci darà l ’esempio, chi ripristinerà le regole? Così facendo l’Italia, sarà divisa dalla sua economia e non saranno necessarie le dichiarazioni di autonomia, come quelle richieste dalla Lombardia e dal Veneto, secondo una normativa in contrasto con quei principi che hanno voluto il Paese unito.

GIANPIERO FALCO

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