di Gianpiero Falco

L’episodio avvenuto oggi a Genova sul cavalcavia dell’autostrada A10 è la dimostrazione di quello che da tempo diciamo; e cioè che il sistema dei lavori pubblici – sia nella fase di progettazione che di esecuzione e di gestione dell’opera – è un sistema da rivoltare come un calzino.

Per carità, il Codice degli appalti è un’ottima novità e soprattutto ha come finalità quella di non far infiltrare associazioni mafiose all’interno del processo produttivo.

Ma la farraginosità delle regole molto spesso aiuta le grandi imprese, quelle cioè che hanno grande disponibilità finanziarie. E, purtroppo, al Sud, queste grandi imprese, sono solamente quelle la cui maggioranza del capitale è detenuta dalle associazioni criminali.

Il presidente Confapi Napoli, Gianpiero Falco

Quindi cosa succede? Che un’applicazione del Codice degli appalti molto stringente a volte porta a non terminare l’opera pubblica e a esporre il soggetto o i soggetti, che dovranno occuparsene, a possibili infiltrazioni con i clan locali. E questo succede per un duplice motivo. Il primo è quello che lo stesso presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, afferma, e cioè l’esistenza dei «colletti bianchi» all’interno della Pubblica amministrazione i quali, in barba a tutti quelli che sono i canoni di qualità tecnica dell’opera, fanno vincere le imprese in grado di ungere il meccanismo corruttivo.

Il presidente Anac, Raffaele Cantone

Il secondo è quello che il valore dei tecnici che sono presenti nella Pubblica Amministrazione molto spesso è assai basso e non è in grado di verificare quanto proposto progettualmente dall’impresa realizzatrice. Questo cosa vuol dire? Che ancora una volta la nostra idea di un controllo centralizzato delle opere che la Pubblica Amministrazione deve mettere in corso è assolutamente fondamentale soprattutto per le nostre regioni Meridionali.

La nostra idea dell’Agenzia di sviluppo per il Mezzogiorno risolve
anche questa mancanza nella PA che è grave
e che la nostra politica ha determinato.

Mettere personaggi non in grado di valutare quelle che sono le proposte progettuali, a causa delle basse competenze e soprattutto senza responsabilità del proprio operato, è il viatico per l’insuccesso dello sviluppo del nostro Paese. Così come è conformato il nostro sistema delle opere pubbliche, questo non fa altro che aiutare le grandi imprese che hanno grandi disponibilità economiche e che quindi sono in grado di stracciare i prezzi ai subappaltatori che, venendo a lavorare in nome e per conto delle imprese appaltatrici, il più delle volte non vengono nemmeno pagati e quindi falliscono.

Subappaltatori di bassissima qualità, peraltro, perché
dovranno assolutamente abbattere i costi di realizzazione
per poter almeno andare in pareggio.

Questo è il sistema da demolire. E per demolirlo non si può non aggiungere alla grande idea del presidente Cantone anche un organismo di controllo tecnico delle opere. Un organismo che sia in grado di controllare tecnicamente e progettualmente anche e soprattutto le proposte che vengono dalle Stazioni appaltanti oppure, nel caso di project financing, da parte di privati.

La sede dell’Anac a Roma

È evidente che tali competenze tecniche siano importantissime anche per le opere realizzate già in precedenza. Questo perché il controllo delle infrastrutture, unitamente a quello delle progettazioni e delle manutenzioni, è assolutamente nullo nel nostro Paese.

Operai al lavoro in un cantiere in Campania

Tutti operano per evitare proprie responsabilità ma non per evitare che succedono tragedie di questo livello. Nel prossimo pezzo racconterò un episodio avvenuto in Sicilia che, credo, rappresenti il male endemico di questo settore preda, come dice il grande presidente Cantone, delle scorribande delle associazioni mafiose e dei «colletti bianchi».

Gianpiero Falco
Presidente Confapi Napoli

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